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Buon 1 Maggio ai giovani senza lavoro

Sono 2.600.000 i giovani under 30 che in Italia non studiano, non lavorano e non festeggeranno la festa del 1 Maggio. Giorno dal grande valore simbolico, in cui parte anche ufficialmente la Garanzia Giovani, il grande piano europeo per dare ai giovani  tra i 15 e i 24 anni (in alcuni casi 29) garanzia di un’offerta qualitativamente valida di lavoro, proseguimento degli studi, apprendistato o tirocinio, entro un periodo di quattro mesi dall’inizio della disoccupazione o dall’uscita dal sistema d’istruzione formale.

In Italia la Garanzia Giovani è stata predisposta da una Struttura di Missione istituita preso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e sarà attuata dalle Regioni. Mette in campo una dotazione finanziaria di circa 1, 5 miliardi di euro, per erogare servizi di politiche attive del lavoro tra i quali: servizi di accoglienza ed orientamento, formazione, accompagnamento al lavoro, apprendistato, tirocinio, servizio civile, sostegno all’autoimpiego e all’autoimprenditorialità e la mobilità professionale transnazionale. A questo pacchetto di opportunità, declinato nei piani esecutivi delle Regioni, si accede iscrivendosi al Portale web nazionale, che funziona in cooperazione applicativa con quelli territoriali. I servizi saranno erogati, per competenza, dai Centri per l’Impiego, dalle agenzie di intermediazione private, da soggetti accreditati della formazione, terzo settore e anche dalle parti sociali.

La natura dell’iniziativa è essenzialmente preventiva: l’obiettivo è quello di offrire prioritariamente una risposta ai giovani che ogni anno si affacciano al mercato del lavoro dopo la conclusione degli studi, ma nello specifico contesto italiano tale iniziativa deve prevedere anche azioni mirate ai giovani disoccupati e scoraggiati, che hanno necessità di ricevere un’adeguata attenzione da parte delle strutture preposte alle politiche attive del lavoro. I numeri nel nostro Paese sono pesanti: a febbraio 2014 la disoccupazione in Italia sale al 13%; quella giovanile, che riguarda le persone tra i 15 e i 24 anni, è al 42,3 per cento (fonte Istat).

Se ai giovani in cerca di occupazione aggiungiamo i cosidetti Neet (inattivi) arriviamo alla cifra di 2.600.000 giovani under 30 che non studiano e non lavorano. Inoltre, la probabilità di essere disoccupato di un giovane under 30 è 3,5 volte superiore a quella di un over 30 e su 10 nuovi posti di lavoro 1 solo viene occupato da un giovane.

Da numerose ricerche emerge però, contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, che il 40% della disoccupazione giovanile non dipende dal ciclo economico, ma da cause strutturali, principalmente collegate a un forte disallineamento tra domanda e offerta di lavoro, imputabile non solo al malfunzionamento dei servizi predisposti a questa finalità, ma anche alla mancanza di attività di orientamento specifiche fin dagli anni della formazione (Fonte ricerca “Studio Ergo Lavoro” di Mckinsey, su dati Eurostat).

Per quanto riguarda l’efficienza dei servizi di politiche attive del lavoro in Italia, assistiamo ad un investimento massiccio in politiche passive (principalmente cassa integrazione) e una scarsissima propensione ad investire sulle politiche attive e i servizi per il lavoro. Al 2010, l’Italia ha speso circa 26 miliardi di euro per politiche del lavoro, dei quali 20 miliardi per politiche passive, 5 per politiche attive e solo 500 milioni per servizi. La spesa per i servizi per il lavoro, in Italia, è tra le più basse in Europa: negli ultimi anni, risulta, in media, intorno ai 600 milioni di euro ed è diminuita dal 2008, paradossalmente, in concomitanza con l’aumento della disoccupazione, soprattutto giovanile, anche in ragione della destinazione delle risorse FSE agli ammortizzatori in deroga (fonte rapporto Workmag su dati Eurostat). Al netto delle valutazioni sulla preparazione e sul costo del personale dei nostri Centri per l’Impiego e sul loro funzionamento, abbiamo un personale del tutto insufficiente numericamente a fronteggiare un crescente numero di occupati (uno ogni 200 disoccupati, contro un operatore ogni 43 disoccupati nel Regno Unito, uno ogni 59 in Francia, uno ogni 27 in Germania). Ad ogni modo, un sistema che non funziona, visto che in Italia solo il 3,4% degli occupati italiani si è rivolto ai Centri per l’Impiego per trovare lavoro e percentuale scende al 2,7% per i giovani fino a 29 anni (fonte Isfol).

Anche riguardo alla formazione e all’orientamento, quali fasi preliminari alla ricerca di un posto di lavoro, registriamo alcune significative storture, se pensiamo che solo il 29% dei giovani sceglie il proprio corso di laurea in base alle opportunità di placement che quel percorso concede; che le competenze dei giovani sono ritenute adeguate dal 70% delle università ma solamente dal 43% degli studenti e dal 42% dei datori di lavoro. Quindi, struttura del sistema economico italiano, carenza nelle competenze richieste dalle imprese, scelta di percorsi formativi non allineati alle richieste del mercato del lavoro, difficoltà ad accettare impieghi non perfettamente allineati al proprio profilo, scarsa propensione alla mobilità geografica, inefficienza dei servizi di collocamento e scarsa considerazione nei confronti delle professioni ad alto tasso di manualità, sono alcune delle cause del fenomeno.

Sullo sfondo ci sono anche le scelte del Governo, che dovrà decidere se costituire un’agenzia nazionale del lavoro  – così come previsto nella Delega del Job Act – di fatto centralizzando le competenze gestionali in materia di servizi per l’impiego e politiche attive; e più in generale ci sarebbe bisogno di una riflessione, scevra da ideologismi,  sulla flessibilità, che oggi non è più un’opportunità tra le tante, ma sembra essere l’unica grammatica lavorativa conosciuta.

Alla luce di questo scenario, le criticità di un’operazione di tale portata e calata dall’alto, sono molte: di sicuro servono politiche del lavoro e servizi più adeguati, perché queste evidenze empiriche ci dicono che una buona parte della disoccupazione italiana non dipende dalla crisi, ma da cause strutturali legate al disallineamento tra le opportunità generate dal sistema produttivo e il “capitale umano” formato dal sistema di istruzione. Cause che, oltretutto, non riescono ad essere rimosse da politiche e provvedimenti afferenti esclusivamente il mondo del lavoro, la questione è evidentemente più ampia. I giovani trovano occupazione prevalentemente attraverso reti informali, ma ci dovremmo anche chiedere dove oggi essi acquisiscano realmente quelle competenze utili al mercato del lavoro e dove siano i nuovi luoghi dell’apprendimento in cui possano sperimentare, sbagliare e acquisire competenze “contemporanee”. Non bastano, se arriveranno, la stabilità macroeconomica con una maggiore spesa pubblica per risollevare il prodotto interno lordo: servono nuove competenze, nuovi metodi e nuovi modelli di governance, che non contemplino solamente la verticalità dei livelli istituzionali, ma che consentano alla PA di conoscere e attivare le esperienze che avvengono al suo esterno, tra le migliaia di iniziative di associazioni, scuole e privati, tra cui oggi non possiamo ignorare ad esempio i fenomeni dei Mooc (Massive Open Online Courses) o dei fablab.

Un approfondimento su questi temi, sui nuovi lavori e sulle nuovo opportunità offerte dall’innovazione sociale e dalla sharing economy in questo ambito, sarà riservato in uno dei prossimi numeri di Nòva AJ.

credits foto: T-mag